Benvenuto don Salvatore!

Come avete saputo, il nostro vescovo negli scorsi mesi ha provveduto a nominare il nuovo Direttore Spirituale del Seminario. Per questo vi proponiamo un’intervista a don Salvatore Rindone, così che anche voi lettori del nostro sito possiate conoscerlo.

In cosa consiste il ruolo del direttore spirituale, nei confronti degli altri formatori e nel contesto dell’unità di vita dei seminaristi ?


Il direttore spirituale si occupa di un particolare aspetto della vita e della formazione del seminarista: l’ambito della sua coscienza (il cosiddetto foro interno) ma anche dell’accompagnamento ordinario della vita spirituale come la scansione della preghiera e il consiglio della “lettura spirituale”. Insieme agli altri formatori con cui mi trovo oggi a collaborare, don Luca e don Benedetto, per mandato e in collaborazione al nostro Vescovo, mi occuperò quindi della formazione integrale del singolo seminarista ma anche dell’intera comunità. Questo avviene di solito con alcuni eventi scanditi nel calendario e presieduti proprio dal padre spirituale, ad esempio la lectio divina del martedì sera, gli incontri di direzione spirituale comunitaria o i ritiri nei tempi forti dell’anno.





Quali sono gli strumenti che possono aiutare il seminarista nel discernimento e a vivere la propria vocazione in pienezza?


Credo che anzitutto bisogna comprendere se e a che cosa si è stati chiamati. Gli strumenti umani e spirituali devono quindi aiutare a fare chiarezza su questo aspetto: la gestione del proprio tempo e degli spazi che occupiamo, coltivare l’interiorità e una sana vita di preghiera e di studio. Tutto deve permettere al seminarista in formazione di poter rispondere alla domanda fondamentale “chi sono io?” e, una volta maturata la chiamata a seguire Gesù, rispondere alla domanda “per chi sono?”. Quest’ultimo quesito richiede di entrare con consapevolezza nella vita adulta della fede e delle relazioni. Credo che la maturità umanità e quella spirituale camminino di pari passo.


Quale accompagnamento spirituale viene proposto in seminario?


Nei Bozzetti di vita pastorale (11 ottobre 2019) il nostro vescovo ha insistito molto sul ruolo che possiede la formazione in seminario, precisando che l’interesse alla formazione dei seminaristi non può riguardare solo i superiori ma l’intera comunità diocesana. L’accompagnamento spirituale che viene proposto riguarda essenzialmente tre ambiti che sono in linea proprio con quanto indicato dal nostro pastore: la preghiera, lo studio e la fraternità presbiterale, al fine di preparare a vivere con serenità e fiducia i momenti di solitudine e di fatica pastorale che la nostra scelta di vita comporta. Per quanto riguarda la fraternità, ricorda ancora il nostro pastore, essa è possibile costruirla “lentamente a forza di proporre e inventare gesti di mutua accoglienza” ma anche “cercando di superare i pregiudizi che possono essere nati dai contatti avuti in precedenza (seminario, parrocchia), provando ad eliminare, con pazienza e generosità, lo iato generazionale e soprattutto evocando la ragione perché il Signore ci ha messo assieme a servizio della sua Chiesa”. Avere ben chiaro fin dall’inizio il motivo della chiamata sacerdotale e il senso della comunità presbiterale potrebbe aiutare i futuri presbiteri a realizzare questo progetto anche a beneficio della gente che il Signore ci affida.


Quali consigli ti senti di dare ai sacerdoti impegnati in pastorale riguardo all’accompagnamento personale dei fedeli nelle parrocchie?


In seno a questo domanda mi viene ancora in mente quanto mons. Gisana afferma nei suoi Bozzetti circa il desiderio di organizzare una pastorale vocazionale attiva e coinvolgente: “Non si tratta di creare preamboli per reclutare giovani, bensì aiutare questi ultimi a gestire le proprie scelte in relazione alla volontà di Dio. Ciò significa che dentro quest’ambito entrano tutte le forme di vocazione”. In questo senso non possiamo non pensare la vocazione in modo ampio a partire cioè dalla chiamata alla vita, fino alla chiamata a realizzare meglio il proprio battesimo nella vita coniugale, nella vita consacrata o nel ministero ordinato.


Cosa diresti ad un giovane che si sente chiamato ad entrare in seminario ma teme di sbagliare strada?


Gli direi che il seminario non è la chiamata né rappresenta la mèta ultima ma è solo un tempo e uno spazio dove si impara a riconoscere la voce di Dio che chiama a stare con lui per realizzare la personale vocazione all’amore e alla gioia. Il seminario per molti ragazzi, infatti, ha rappresentato anche un luogo di passaggio che ha permesso di fare chiarezza circa il proprio posto nel mondo e a comprendere dove Dio lo stava chiamando a realizzare il suo progetto d’amore. Direi che finché non ci si mette in gioco seriamente con la vita si rischia di restare sempre nel dubbio e nell’incertezza, e questo può riguardare anche la scelta della vita matrimoniale.


Alla luce del tuo ministero cosa significa formare i futuri presbiteri?


Dopo aver trascorso i primi 6 anni di ministero in parrocchia, dapprima a Roma mentre terminavo gli studi per il Dottorato e poi in diocesi, come vicario parrocchiale a Gela, ho maturato la consapevolezza che ciò che occorre ad ogni presbitero sia nutrire l’amore per Gesù e per la sua Chiesa. Spinti e motivati da questo amore allora si possono coltivare relazioni fraterne e sincere con i confratelli, relazioni di autentica “paternità spirituale” con i fedeli che ci vengono affidati nel ministero, fino ad acquisire uno stile ben preciso di essere sacerdoti insieme a un senso della misura in tutto ciò che si fa. La formazione del seminario cerca sempre più di plasmare un’umanità che, come afferma san Paolo, sia in prospettiva conforme «allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13).


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